Citomegalovirus: scoperta arma per combatterlo

Il citomegalovirus è un microrganismo patogeno estremamente diffuso. Una volta contratto, rimane latente nell’organismo per tutta la vita: un buon sistema immunitario lo tiene sotto controllo, ma nelle persone immunodepresse, il virus può riattivarsi causando gravi danni. I ricercatori dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù insieme all’Università di Genova e alla University of Melbourne, hanno scoperto che il nostro organismo sembra avere un’arma di difesa molto potente: una particolare popolazione di linfociti T killer che grazie a particolari ‘sensori’ sono in grado di intercettare le cellule infettate da citomegalovirus e di eliminarle, bloccando così l’infezione.

Una struttura proteica del citomegalovirus, quasi identica a quella delle cellule del corpo, lo nasconde alle armi del sistema immunitario. In particolare lo sottrae all’azione dei ‘normali’ linfociti T, programmati per intercettare e colpire solo ciò che viene riconosciuto come estraneo. La ricerca ha dimostrato che il travestimento di questo virus non sfugge ai sensori dei linfociti T killer che riescono a captare altri segnali di allarme, come le proteine “da stress” prodotte dalle cellule infettate o che hanno subìto una trasformazione tumorale. 

«La caratteristica peculiare della popolazione di cellule T killer può aprire la strada a nuove strategie terapeutiche in grado di sfruttarle al meglio, rafforzandole o inducendone una estesa proliferazione nei pazienti con gravi infezioni virali, incluso il Covid-19 o con tumore. È possibile anche ipotizzarne un utilizzo “preventivo” per evitare la riattivazione del citomegalovirus che avviene in circa il 30% dei casi di pazienti immunodepressi, ad esempio in seguito a trapianto di midollo per la cura di gravi leucemie. Va poi detto che questa “terapia cellulare” potrà essere utilizzata in combinazione con altre terapie, ad esempio l’immunoterapia con inibitori di checkpoint, aumentandone l’efficacia»conclude Lorenzo Moretta, uno degli autori dello studio pubblicato su Science Immunology.

https://immunology.sciencemag.org/content/6/58/eabe9057

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