La lingua madre influenza il cervello

I neurologi stanno iniziando a mettere in discussione che le malattie cerebrali che incidono sulle abilità di linguaggio si manifestino allo stesso modo nei pazienti di tutto il mondo. Ad esempio, i dislessici che parlano italiano tendono ad avere meno difficoltà nella lettura rispetto a chi parla inglese o francese perché l’ortografia e la fonetica della lingua italiana sono più semplici.

«È fondamentale che le ricerche tengano conto delle differenze linguistiche e culturali quando si studiano i disturbi del cervello che influenzano le funzioni cognitive superiori che sappiamo essere fortemente influenzate dalla cultura, dall’ambiente e dall’esperienza» ha detto l’autrice dello studio Maria Luisa Gorno-Tempini. Lo studio, pubblicato su Neurology, si è concentrato sui pazienti con afasia progressiva primaria (PPA), un disturbo neurodegenerativo che colpisce le aree linguistiche del cervello, una condizione spesso associata alla malattia di Alzheimer e altri disturbi della demenza.

I ricercatori hanno reclutato pazienti di lingua inglese e di lingua italiana, ognuno dei quali condivideva una variante di PPA caratterizzata da difficoltà a produrre o pronunciare parole.

Mentre test cognitivi e scansioni cerebrali con risonanza magnetica hanno rivelato nei due gruppi funzioni cognitive simili e livelli comparabili di degenerazione cerebrale, i risultati dei test linguistici hanno evidenziato differenze fondamentali. I madrelingua inglesi avevano più difficoltà a pronunciare le parole e tendevano a parlare meno del solito. Al contrario, chi parlava italiano, con lo stesso disturbo, aveva meno difficoltà di pronuncia ma tendeva a produrre frasi molto più brevi e grammaticalmente più semplici. «Ciò significa che probabilmente ci sono molte persone in tutto il mondo – compresi persone di madrelingua inglese negli Stati Uniti – che non ottengono la diagnosi giusta perché i loro sintomi non corrispondono a quelli descritti nei manuali clinici basati su studi di madrelingua inglese» conclude Gorno-Tempini. I ricercatori riconoscono che questo è un piccolo studio e non si può escludere che differenze nella gravità della demenza, anatomiche non rilevate e nel livello di istruzione tra i partecipanti italiani e inglesi possano essere fattori di confusione nei risultati. Studi futuri saranno effettuati in gruppi più grandi di pazienti e cercheranno ulteriori differenze tra persone che parlano lingue ancora più diverse e non occidentali, come il cinese e l’arabo.

Fonte: Speech-disrupting brain disease reflects patients’ native tongue