Accumulo di amiloide non precede sempre declino cognitivo

L’accumulo di amiloide non giunge sempre come araldo di un declino cognitivo. I dati dello studio ADNI dimostrano che i deficit cognitivi nei test neuropsicologici sono emersi prima della costituzione delle placche amiloidi e dell’assottigliamento corticale alla PET ed alla RM.


Lo studio suggerisce che le lievi difficoltà cognitive possano essere misurate in modo affidabile, e che in media predicano tassi più rapidi di accumulo di amiloide e di assottigliamento della corteccia entorinale rispetto a quanto accade in presenza di una cognizione normale, come affermato dall’autore Kelsey Thomas della VA San Diego Healthcaare System.

Pertanto una valutazione neuropsicologica sensibile, costituita da una batteria di test relativamente limitata, potrebbe apportare significative informazioni prognostiche sul rischio futuro di progressione del morbo di Alzheimer.

Per quanto alcune ricerche precedenti abbiano fatto uso di test soggettivi per rilevare il declino cognitivo, nel presente studio si è preferito misurare obiettivamente i deficit.

Questo approccio, ha consentito di identificare le difficoltà anche quando una persona nel complesso manifesta risultati nel range di normalità, come nel caso di un soggetto in grado di ricordare un certo numero di parole corrette durante il test di apprendimento di una lista ma aggiunge anche parole non corrette.

Si è trattato del primo studio ad investigare la correlazione fra lievi difficoltà cognitive oggettive, definite tramite parametri neuropsicologici sensibili, ed andamento dell’amiloide alla PET.
E’ stato riscontrato che i soggetti con questi problemi vanno incontro ad un più rapido assottigliamento della corteccia entorinale, ma soltanto ad una tendenza al cambiamento del volume ippocampale rispetto ai soggetti cognitivamente normali, il che potrebbe suggerire che questo genere di deficit individui soggetti che si trovano in una fase molto precoce del processo neurodegenerativo.

I criteri per definire questi deficit, denominati Obj-SCD, sono attualmente in fase di sviluppo, ma per il momento rimangono uno strumento di ricerca.

Adattarli all’impiego clinico, richiederebbe più di un’ora di test neuropsicologici che coprano domini della memoria, funzionalità esecutiva ed attenzione nonché linguaggio. Si tratta di un approccio comprensibilmente più accessibile per molte persone rispetto a costosi e massivi test basati sui biomarcatori.

I ricercatori desiderano ora esaminare il ruolo della patologia tau allo scopo di accertare se la deposizione di proteina tau influenzi i cambiamenti a livello della corteccia entorinale e dell’ippocampo associati alle lievi difficoltà cognitive osservate nei pazienti con Obj-SCD.

E’ noto che vi sia una solida associazione fra tau e funzionalità cognitiva. Il fatto che Obj-SCD predicano assottigliamento della corteccia entorinale mentre i lievi deficit cognitivi predicano una più diffusa atrofia del lobo temporale mediale risulta coerente con la stadiazione di Braak per la diffusione della patologia tau, ed è quindi necessario accertare se la proteina tau sia già presente nel cervello quando si individuano per la prima volta le lievi difficoltà cognitive.

I risultati del presente studio comunque mettono in discussione i modelli prevalenti sia del ruolo promotore dell’amiloide che del requisito di evidenze basate sui biomarcatori dell’amiloide per la definizione del continuum della Malalttia di Alzheimer. 

Fonte: Neurology online 2019