Chirurgia arterovenosa migliora accesso dialitico

Una semplice inversione del modo in cui viene effettuata una procedura chirurgica di vecchia data per creare una fistola arterovenosa per l’accesso per l’emodialisi, migliora significativamente la funzionalità della fistola e la sua longevità rispetto a quelle prodotte con l’approccio convenzionale

Un team dell’università di Yale ha studiato il modo in cui le fistole guariscono per diversi anni, e ha concluso che la gestione chirurgica della vena, una porzione importante della procedura convenzionale, porta a danneggiamenti, mettendo in moto le forze che in ultima analisi portano ad insufficienza della fistola, come illustrato da Alan Dardk della Yale School of Medicine di New Haven.

Si presumeva dunque che una procedura migliore, chiamata RADAR, in cui anziché unire la vena con l’arteria si unisce l’arteria alla vena, la fistola avrebbe funzionato meglio, più rapidamente e più a lungo, e sarebbe andata incontro ad una maturazione migliore con una pervietà primaria e secondaria della durata come minimo di 3 anni.

Le attuali linee guida enfatizzano l’importanza di designare le fistole arterovenose (AVF) come accesso vascolare preferenziale per i pazienti emodialitici in quanto le AVF offrono meno complicazioni, una migliore pervietà d’accesso ed un minor rischio di mortalità rispetto ai trapianti arterovenosi ed ai cateteri venosi centrali, ma le AVF sono ancora associate ad esiti negativi, il 60% di esse non riesce a maturare e soltanto la metà di esse è ancora pervia a distanza di un anno dalla creazione.

Le fistole che non maturano sono propense all’insufficienza precoce. Ciò purtroppo porta alla ripetizione dell’intervento, con conseguenti aggravi sia per il paziente che per il sistema sanitario. Le donne che richiedono un’AVF vanno incontro ad esiti anche peggiori rispetto a quelli degli uomini, dato che solo il 40% circa delle AVF convenzionali dura un anno nel sesso femminile.

Dato inoltre che la maggior parte delle AVF viene creata in pazienti uremici, molte di esse sviluppano iperplasia neointimale, in conseguenza della proliferazione del muscolo liscio, che è a sua volta associata ad insufficienza precoce della fistola.

Descritta per la prima volta negli anni ’60, l’AVF veniva creata fra l’arteria radiale e l’adiacente vena cefalica in una configurazione affiancata.
Questa procedura è stata successivamente modificata dividendo la vena cefalica ed inserendola sul lato dell’arteria radiale.

Di contro, la procedura RADAR crea una fistola arteria-in-vena trasportando l’arteria radiale all’interno della vena cefalica a livello dell’avambraccio distale per creare un’AVF radiale-cefalica senza dissezione venosa.

Ciò evita la mobilitazione venosa estensiva richiesta nell’intervento convenzionale. La procedura RADAR inoltre minimizza la manipolazione tissutale a livello sia dell’arteria che della vena, ed il chirurgo è un grado di strumentare per evitare l’uso delle clamp, che possono portare ad ipossia parietale.

Fonte: Sci Trasl Med online 2020

IT-NON-02837-W-09/2022