Coronaropatie stabili, PCI e chirurgia

La rivascolarizzazione coronarica non conferisce alcun beneficio in termini di sopravvivenza rispetto alla terapia medica per i pazienti con cardiopatica ischemica stabile, ma riduce l’angina instabile.

La rivascolarizzazione diretta di routine è anche associata ad una riduzione degli infarti spontanei, ma ciò comporta anche un incremento degli infarti intraoperatori, come affermato da Sripal Bangalore della New York University, autore della meta-analisi di 14 studi, secondo cui queste correlazioni andrebbero prese in considerazione per i processi decisionali condivisi atti alla gestione dei pazienti con cardiopatia ischemica stabile.

I risultati dell’indagine sono coerenti con quelli degli studi ISCHEMIA, COURAGE, FAME 2 e BARI 2D, che non hanno dimostrato alcuna riduzione della mortalità con la sola rivascolarizzazione nella cardiopatia ischemica stabile.

Le attuali linee guida, comunque, continuano a raccomandare la rivascolarizzazione per migliorare la sopravvivenza di questi pazienti sulla base di studi effettuati negli anni ’80, quando la terapia medica era limitata.

Alcuni esperti hanno messo in dubbio il fatto che il fenomeno degli infarti perioperatori sia importante quanto quello degli infarti spontanei, ed affermano che sia necessario attendere i risultati a lungo termine dello studio ISCHEMIA per comprendere realmente il significato di questi eventi per i pazienti.

Per quanto la rivascolarizzazione incrementi chiaramente gli infarti intraoperatori, essa riduce anche gli infarti spontanei, il che ha un impatto sia sugli infarti complessivi che sulla mortalità.

Sarà possibile determinare l’importanza di questi infarti soltanto osservando il loro impatto a lungo termine. Sarà possibile apprendere di più sull’efficacia della PCI dallo studio ORBITA-2, e sarebbe interessante ripetere alcuni dei vecchi studi sulla percezione del paziente degli effetti della stessa PCI. Sarebbe inoltre opportuno, con la disponibilità dei nuovi dati, informare pazienti e medici di base in modo corretto sull’impatto delle procedure e di ciò che la rivascolarizzazione è in grado o non è in grado di fare. 

Fonte: Circulation online 2020

IT-NON-02589-W-07/2022