Coronavirus: ha rallentato screening e diagnosi, tumori fegato trascurati

Studio coordinato da Barcellona e Milano su effetto Covid, 87% strutture costrette a cambiare gestione pazienti


Tumori del fegato ‘trascurati’ causa Covid, procedure di screening e diagnosi rallentate. L’effetto pandemia non risparmia gli altri settori della medicina, gli altri malati. E il conto pagato all’emergenza rischia di essere più salato di quanto si può vedere nell’immediatezza. L’impatto negativo che la prima ondata di Sars-CoV-2 ha avuto sui pazienti con tumore primitivo del fegato, sia sul fronte diagnosi che sul fronte cura, è stato fotografato da uno studio coordinato dal Policlinico di Milano e dal Barcelona Clinic Liver Cancer.


Alcuni dati salienti: Covid ha modificato oltre l’80% degli screening e il 40% delle procedure di diagnosi. Per limitare l’impatto di un’emergenza epocale le strutture sono corse ai ripari. Al Policlinico per esempio, spiegano gli esperti, fin dalle prime settimane sono stati ridisegnati i percorsi, per tutelare i pazienti e minimizzare i rischi da Covid. La pandemia ha stravolto molti aspetti: dalle diagnosi precoci, ai percorsi di cura, fino alla possibilità di proseguire i controlli in sicurezza per i pazienti cronici. Tutti aspetti che in generale hanno peggiorato l’assistenza a tanti malati a livello globale e in particolare hanno rischiato di comprometterla per chi ha un tumore del fegato, evidenziano gli autori dello studio ‘Cero-19’, ideato dal centro di Barcellona e dal Policlinico e presentato al summit internazionale della Società europea per lo studio del fegato (Easl).


Lo studio ha coinvolto 76 centri di tutto il mondo (Europa, Nord America, Sud America, Africa e Asia) con alta specializzazione per le patologie epatiche. Analizzando l’assistenza ai pazienti oncologici nel periodo marzo-giugno 2020, che ha coinciso con la prima ondata del coronavirus, gli esperti hanno visto che “l’87% delle strutture ha dovuto modificare la gestione del paziente con tumore primitivo del fegato proprio a causa della pandemia”, spiega Massimo Iavarone, epatologo dell’Unità di Gastroenterologia ed Epatologia del Policlinico e coordinatore italiano dello studio.

Iavarone (Policlinico Milano), ‘rischio è che in alcuni casi si sia modificata la prognosi’


Questo, prosegue Iavarone, “ha portato a rallentare le procedure di screening per il tumore, e persino le procedure di diagnosi, stadiazione e valutazione della risposta al trattamento. Alcune di queste modifiche potranno portare a ritardi di diagnosi e cura del cancro, potenzialmente riducendo l’accesso a terapie efficaci e quindi modificando la prognosi dei pazienti”, il loro destino di malattia.


Lo studio Cero-19 si componeva di due parti: la prima ha puntato a comprendere l’impatto della pandemia sulla gestione dei pazienti affetti da tumore primitivo del fegato, mentre la seconda ha raccolto le informazioni relative ai malati, per valutare l’impatto della pandemia sulla loro sopravvivenza nel tempo. I tumori del fegato hanno un impatto importante a livello mondiale: le stime parlano di 800mila nuove diagnosi e di almeno 700mila morti causate da questa patologia ogni anno. Il reparto del Policlinico diretto da Pietro Lampertico, si è messo al lavoro da subito “con gli altri specialisti coinvolti nella gestione multidisciplinare del tumore primitivo del fegato”, come la Chirurgia generale e Trapianti di fegato diretta da Giorgio Rossi e la Radiologia diretta da Gianpaolo Carrafiello. 


“Forti di una nostra precedente ricerca scientifica in cui dimostravamo l’elevata mortalità dei pazienti con cirrosi con infezione da Sars-CoV-2, abbiamo messo in atto una sorveglianza attiva sia sul personale sanitario sia su tutti i pazienti ricoverati, per identificare potenziali soggetti asintomatici, riducendo il rischio di infezione ospedaliera – continua Iavarone – L’attività di trattamento del tumore si è ridotta solo nelle prime settimane della pandemia, così come l’attività ambulatoriale e di diagnostica radiologica, per essere ripristinate subito dopo. Le riunioni multidisciplinari”, proseguite in modalità virtuale, “hanno permesso di scegliere il miglior trattamento per il paziente, tenendo in considerazione anche aspetti gestionali come la diminuzione dell’attività operatoria causata dal virus o scegliendo il trattamento che, a parità di efficacia, riducesse l’esposizione all’ambiente ospedaliero per i pazienti”.

Fonte: Adnkronos Salute

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