Covid: 2 studi su variante Gb, ‘più contagiosa ma non causa malattia più grave’

Un lavoro osserva carica virale più alta in ricoverati, l’altro conclude ‘no differenze sintomi né più probabilità long Covid’


Contrordine: più trasmissibile, ma non responsabile di una malattia più grave e di morti in misura maggiore. È quanto suggeriscono due nuovi studi condotti su quella che è stata battezzata variante inglese di Sars-CoV-2 (nome in codice B117). I lavori sono pubblicati su ‘The Lancet Infectious Diseases’ e ‘The Lancet Public Health’. 


Si tratta di uno studio osservazionale su pazienti ricoverati negli ospedali di Londra – lavoro che arriva alla conclusione che la variante non è associata a malattie più gravi e mortalità aumentata, ma sembra portare a una carica virale più elevata, in linea con l’evidenza emergente in base alla quale è più trasmissibile del ceppo originale – e di un secondo studio osservazionale separato che utilizza invece i dati di quasi 37mila utenti britannici di un’App per i sintomi Covid (basata su autosegnalazione). Anche questo secondo lavoro non ha trovato evidenze del fatto che B117 porti a sintomi peggiori o anche a probabilità superiore di soffrire di long Covid. 


Gli autori di entrambe le ricerche riconoscono che questi risultati differiscono da quelli di altri studi che indagano sulla gravità di Covid causata dalla variante Gb e chiedono ulteriori studi e monitoraggio continuo sul fronte mutanti. Gli studi hanno preso in considerazione il periodo tra settembre e dicembre 2020, quando è emersa la variante e si è diffusa in varie parti dell’Inghilterra.


L’articolo sulla rivista ‘The Lancet Infectious Diseases’ – che ha messo in evidenza come la carica virale e l’indice di riproduzione R risultino più alti con la variante Gb, rispetto al primo ceppo comparso a Wuhan – è uno studio di coorte e sequenziamento dell’intero genoma virale che coinvolge pazienti Covid ricoverati all’University College London Hospital e al North Middlesex University Hospital tra il 9 novembre e il 20 dicembre 2020. Questo periodo considerato è stato un momento critico in cui sia la versione originale del virus che la variante B117 circolavano a Londra e la campagna di vaccinazione era appena iniziata.


Gli autori hanno confrontato la gravità della malattia nelle persone con e senza B117 e la carica virale calcolata. Tra i 341 pazienti a cui sono stati sequenziati i tamponi, il 58% (198/341) aveva B117 e il 42% (143/341) no. E, segnalano gli autori, “non è stata rilevata alcuna evidenza di un’associazione tra la variante e l’aumento della gravità della malattia”, con il 36% dei pazienti che si ammalano gravemente o muoiono, rispetto al 38% di quelli con ceppo originale. I pazienti con la variante tendevano ad essere più giovani: è stato infatti rilevato il 55% (109/198) di infezioni in under 60, rispetto al 40% di coloro che non avevano la variante inglese.



L’altro studio, quello pubblicato su ‘The Lancet Public Health’, ha portato avanti un’analisi che ha riguardato le 13 settimane in cui la quota di B117 è cresciuta soprattutto a Londra, nel Sud-Est e nell’Est dell’Inghilterra (integrando esito dei test e segnalazioni dei sintomi via app con i dati di sorveglianza del Covid-19 UK Genetics Consortium e della Public Health England per esaminare le associazioni con la proporzione regionale di variante Gb).


L’analisi non ha rivelato associazioni statisticamente significative tra la proporzione di B117 all’interno delle regioni analizzate e il tipo di sintomi che le persone hanno sperimentato. Inoltre, non c’era evidenza di alcun cambiamento nel numero totale di sintomi sperimentati dalle persone con la variante. Anche la percentuale di chi ha sperimentato long Covid (sintomi per più di 28 giorni senza una pausa di oltre 7 giorni) non si è modificata.


Lo studio, come spiega Claire Steves, King’s College di Londra, che ha co-condotto lo studio, ha “confermato la maggiore trasmissibilità e anche dimostrato che la variante B117 ha risposto chiaramente alle misure di lockdown e non sembra sfuggire all’immunità acquisita dall’esposizione al virus originale”. Il tasso di reinfezione è risultato basso (0,7%) e non sono state rilevate evidenze del fatto che questo dato fosse stato alterato dalla variante. Le reinfezioni erano più correlate con l’aumento regionale complessivo dei casi che con l’aumento regionale nella proporzione di casi da variante. Gli autori hanno osservato un indice di riproduzione R aumentato di 1,35 volte rispetto al ceppo originale, stima simile a quelle di altri studi. E poi hanno però visto anche un R indicante una trasmissione in calo durante i blocchi locali e nazionali messi in campo.


Fonte: Adnkronos Salute

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