Diabete tipo 2 e monitoraggio glicemico “flash” post infarto

A seguito di un attacco cardiaco, sussistono benefici modesti nell’uso del monitoraggio glicemico flash rispetto a quello con gli stick tradizionali nei pazienti con diabete di tipo 2 in trattamento. E’ quanto emerge dallo studio LIBERATES, condotto su 141 pazienti un gruppo di ricercatori dell’università di Leeds.

Diversi esperti hanno ricavato l’impressione che gli effetti di questo intervento siano stati meno pronunciati del previsto, ma valeva comunque la pena presentare i dati in quanto essi aiutano a spiegare come mai vengano effettuati studi di fase 2 e 3.

Sussiste un solido razionale per garantire che la glicemia sia ben controllata nei pazienti con diabete di tipo 2 che sono andati incontro ad un infarto miocardico: sussiste infatti uno stretto legame fra il diabete ed il rischio di infarto, dato che livelli sia elevati che bassi di HbA1c sono associati ad esiti negativi dopo un infarto, come anche i semplici livelli glicemici sia alti che bassi.

L’iperglicemia, peraltro, non ha probabilmente ricevuto abbastanza attenzione nei pazienti post-coronaropatie.

L’ipotesi alla base dello studio LIBERATES era che una strategia di monitoraggio glicemico moderna potesse ottimizzare i livelli glicemici nei pazienti con diabete di tipo 2 a seguito di un infarto, con il potenziale di ridurne morbidità e mortalità e migliorarne la qualità della vita.

Lo studio però aveva anche un certo numero di esiti secondari pre-specificati, che risultano altrettanto importanti: fra questi figura il tempo trascorso nel range di normalità della glicemia (TIR) nei giorni 16-30, che ha dimostrato un incremento di 90 minuti al giorno a favore del monitoraggio flash: ciò si deve principalmente ai pazienti sotto insulina, mentre il fenomeno non si osserva nei pazienti in terapia farmacologica.

E’ stato osservato anche un profilo di riduzione del tempo trascorso in ipoglicemia, sia precocemente che più marcatamente nel tempo. Il monitoraggio flash, peraltro, è associati ad una maggiore soddisfazione per il trattamento rispetto all’uso degli stick tradizionali. Per quanto l’HbA1c sia calata in misura simile con entrambi i metodi, la riduzione osservata con il monitoraggio flash risulta direttamente associata ad una riduzione dell’ipoglicemia.

Lo studio infine ha raccolto una grande mole di dati, sui quali è possibile effettuare molte altre analisi, gli esiti delle quali potrebbero determinare la probabilità di uno studio di fase 3, posto che se ne riescano a raccogliere i finanziamenti. 

Fonte: EASD 2020

IT-NON-03193-W-10/2022