Differenze tra cervello maschile e cervello femminile

Le neuroscienze hanno cercato per decenni di capire se il cervello avesse un genere. Se quindi il sistema nervoso centrale di uomini e donne presentasse delle differenze significative, responsabili delle caratteristiche che siamo abituati a considerare più “femminili” o più “maschili”. Si sono alternate diverse ipotesi e teorie, ma i risultati ottenuti fin ora sono stati contraddittori.


Un recente studio pubblicato dalla rivista Neuroscience and Biobehavioral Reviews, condotto dalla neuroscienziata Lise Eliot, della Rosalind Franklin University, è il primo a operare una sintesi unica e completa degli studi condotti fin ora, e dimostra che le differenze tra il cervello maschile e quello femminile sono quasi inesistenti. Quelle che si osservano sono fondamentalmente dovute alle dimensioni della testa.


Il cervello delle donne è circa l’11% più piccolo di quello degli uomini, in proporzione alle dimensioni corporee. “Ciò significa che le differenze cerebrali un uomo con la testa piccola e uno con la testa grande sono le stesse che si osservano tra un uomo di medie dimensioni e una donna di medie dimensioni”, osserva Eliot. “Cosa più importante: nessuna di queste differenze legate alle dimensioni può spiegare differenze comportamentali tra uomini e donne”.
Studi di risonanza magnetica, in passato, hanno suggerito delle differenze significative tra i cervelli maschili e femminili. Queste ricerche però non tengono conto della complessità del cervello umano e della plasticità neuronale.


Un’interessante studio del 2015, pubblicato dalla rivista Proceedings of the National Academy of Sciences of The United States of America, mostra che ogni individuo è un mosaico intricato di quelle che vengono definite caratteristiche “maschili” (abilità matematiche o di orientamento nello spazio, per esempio) o “femminili” (empatia e sensibilità per esempio), e nessun individuo appartiene a una delle due categorie.


Eliot e i suoi collaboratori hanno riassunto tre decenni di ricerca sull’argomento, analizzando centinaia dei più grandi e citati studi di imaging cerebrale che valutano la presunta differenza di genere del cervello. Non hanno trovato differenze riprodotte negli studi, neanche in quelli che hanno coinvolto migliaia di partecipanti.
Viene ad esempio riportato che il volume e lo spessore di alcune regioni cerebrali differisca tra uomini e donne. La meta-analisi mostra però che le regioni identificate differiscono enormemente tra gli studi. Le presunte differenze cerebrali maschio-femmina non sono replicabili, poi, se si prendono in esame popolazioni differenti.


Gli autori ne concludono che non esiste un marker universale che distingua il cervello di uomini e donne nella specie umana. “Le poche caratteristiche che sembrano diverse, lo sono di poco”, osserva Eliot. “Il volume dell’amigdala, importante per i comportamenti socio-emotivi, è solo l’1% più grande negli uomini”. Lo studio confuta anche una visione di vecchia data secondo cui il cervello degli uomini sarebbe più “lateralizzato”, quindi con emisferi più indipendenti tra loro, mentre in quello delle donne i due emisferi dovrebbero comunicare meglio – una tale differenza potrebbe rendere i maschi più vulnerabili a seguito di lesioni cerebrali come l’ictus. Anche in questo caso, la differenza sembra essere estremamente piccola. Questa scoperta concorda con grandi set di dati che non hanno trovato differenze di genere nell’afasia o nella perdita del linguaggio, a seguito di un ictus nell’emisfero sinistro.


Per quanto riguarda invece gli studi condotti usando la risonanza magnetica funzionale (che mostra quali regioni del cervello si “attivano” in risposta a determinati stimoli in base al flusso di sangue che giunge in quella regione), i ricercatori trovano che i risultati sulle differenze di sesso non siano affidabili. Sono di certo scarsamente riproducibili.
La ricercatrice conclude che per quanto sia affascinante l’idea di differenze cerebrali tra uomini e donne, tali differenze non esistono.

Fonte: Neuroscience & Biobehavioral Reviews