I circuiti cerebrali tra memoria e decisioni

Ogni giorno vengono prese moltissime decisioni, alcune semplici, altre complesse. Alcune richiedono che si faccia ricorso alla memoria, ai ricordi, altre no. E in base a questo, i circuiti cerebrali che si attivano nel processo decisionale, variano. Lo suggerisce un piccolo studio condotto dai ricercatori del Cedars-Sinai Medical Center di Los Angeles e pubblicato sulla rivista Science.

“Questo studio fa luce su come vengono recuperati i ricordi per permetterci di prendere decisioni basate sull’esperienza passata”, ha spiegato Ueli Rutishauser professore di Neurochirurgia, Neurologia e Scienze Biomediche che ha diretto lo studio. “Il nostro obiettivo a lungo termine è quello di consentire lo sviluppo di nuovi trattamenti che combattono gli effetti devastanti dei disturbi della memoria”.

I ricercatori, usando dei piccoli elettrodi, hanno registrato l’attività di 1.430 singoli neuroni della corteccia frontale mediale, dell’ippocampo e dell’amigdala in 13 soggetti nel momento in cui svolgevano un esercizio di memoria e un esercizio di categorizzazione. Per quanto riguarda la memoria, alle persone è stato chiesto di osservare delle immagini e di indicare, usando un pulsante o con il movimento degli occhi, se l’immagine fosse loro familiare oppure no. Per la categorizzazione invece i soggetti hanno dovuto specificare a quale categoria appartenessero delle figure che gli venivano presentate (ad esempio uomini, frutti, animali..). 

Ebbene, nel momento in cui i partecipanti svolgevano esercizi di memoria, i neuroni della loro corteccia frontale mediale (coinvolta nel processo decisionale), coordinavano la loro attività con le cellule dell’ippocampo, per creare dei “percorsi di memoria”. Questi percorsi non erano attivi durante l’attività di categorizzazione.

“Abbiamo scoperto un aspetto chiave del funzionamento delle reti neurali che vengono coinvolte quando cerchiamo con fatica nella nostra memoria un pezzo di informazione necessaria per prendere una decisione”, ha commentato Juri Minxha, primo autore dello studio. Ora i ricercatori stanno cercando dei modi per rafforzare i “percorsi di memoria” scoperti, cosa che potrebbe migliorare la memoria in pazienti che soffrono di deficit cognitivi.

Fonte: Science

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