Le persone con Hiv e epatite B dovrebbero avere un monitoraggio continuo per il cancro al fegato

Le persone con coinfezione da HIV ed epatite B rimangono a rischio di sviluppare un carcinoma epatocellulare (Hcc) nonostante il trattamento antivirale e dovrebbero sottoporsi a un monitoraggio regolare per il cancro al fegato, secondo una ricerca presentata questa settimana alla conferenza virtuale sui retrovirus e le infezioni opportunistiche (Croi).

Secondo i risultati dello studio, infatti, la terapia antivirale riduce ma non elimina il rischio di Hcc.


Nel corso degli anni, l’infezione cronica da virus dell’epatite B (Hbv) può portare a gravi problemi al fegato, tra cui cirrosi e Hcc, il tipo più comune di cancro al fegato. L’epatite B è tra le principali cause di cancro al fegato in tutto il mondo. Alcune ricerche passate hanno dimostrato che le persone che vivono sia con l’Hiv che con l’Hbv tendono ad avere una progressione più rapida della malattia epatica.


I ricercatori hanno valutato i fattori di rischio per l’Hcc tra le persone con coinfezione da Hiv e Hbv in 22 coorti che compongono la North American Aids Cohort Collaboration on Research and Design. Tra le quasi 124.000 persone sieropositive incluse nelle coorti tra il 1995 e il 2016, sono state identificate un totale di 9383 persone con coinfezione da Hiv/Hbv. Dopo aver escluso quelli con dati inadeguati e quelli che avevano già Hcc, sono state incluse nello studio 8354 persone.


La maggior parte dei partecipanti (il 93%) erano uomini, il 41% nero e l’età mediana è stata di 43 anni. Circa un terzo ha riferito un uso pesante di alcol, il 22% aveva l’epatite C cronica e il 12% era obeso, tutti fattori di rischio per la progressione della malattia epatica.


Circa due terzi dei partecipanti avevano a disposizione dati quantitativi sulla carica virale dell’Hbv. In questo sottogruppo, avere un Hbv Dna superiore a 200 IU/ml quasi triplicava il rischio di sviluppare un Hcc, e le probabilità erano più che quadruplicate per quelli con livelli di Hbv superiori a 20.000 Iu/ml.


Quando i ricercatori hanno esaminato l’effetto del trattamento dell’epatite B, la soppressione sostenuta dell’Hbv per un anno o più è stata associata a una riduzione del rischio di Hcc del 58%, mentre la soppressione per quattro anni o più ha ridotto il rischio del 66%. Questo studio secondo gli autori è il primo a dimostrare che qualsiasi livello di viremia dell’Hbv è associato a un aumento del rischio di Hcc in una coorte ampia ed etnicamente diversa.


Fonte: Croi

IT-NON-04392-W-04/2023