Lesioni stenotiche: esiti migliori se PCI è guidata da riserva flusso frazionale

La restrizione della PCI soltanto ai pazienti con lesioni stenotiche che risultano ischemici in base alla riserva di flusso frazionale (FFR) è associata ad esiti migliori a 5 anni, che l’intervento venga realmente effettuato o meno.

Ciò emerge da uno studio condotto su 9.106 pazienti da Dennis Ko dell’Università di Toronto, secondo cui la PCI è caratterizzata da un’importante storia di abusi.

I cardiologi interventistici sono portati spesso a pensare che il posizionamento di uno stent non sia dannoso, ma sembra che ciò non risponda a verità.

Le soglie di FFR per intervenire con la PCI si basano sulle evidenze. Diversi studi hanno associato la PCI ad esiti migliori rispetto a quelli della terapia medica quando la FFR non è superiore a 0,80, ed altre evidenze suggeriscono che non sia vantaggioso effettuare una PCI con una FFR maggiore, ma anzi possa risultare dannoso.

Molteplici linee guida, comprese quelle AHA, sconsigliano infatti la PCI se la FFR è superiore a 0,80. I ricercatori affermano che dallo studio emerge l’importanza di aderire alle soglie di FFR stabilite nelle attuali linee guida.

Ciò significa non soltanto effettuare la PCI quando indicato, ma anche non farlo quando non lo è. Lo studio conferma che le soglie indicate nelle linee guida sono valide, nonché l’utilità della FFR nel mondo reale, dato anche che i risultati sono del tutto coerenti con la pratica clinica.

La FFR è dunque uno strumento importante nel laboratorio di cateterizzazione cardiaca, non soltanto per determinare quando la rivascolarizzazione sarebbe di beneficio per il paziente, ma anche nel caso contrario.

Occorre anche rimarcare che secondo gli stessi principi lo stenting andrebbe evitato se si ottiene una FFR negativa, e questa tecnica di valutazione risulta particolarmente utile nelle lesioni che tramite la sola stima visiva appaiono borderline.

Fonte: JAMA online 2020

IT-NON-03375-W-11/2022