Nefropatie acute: nuovi biomarcatori per prevenzione e gestione

Alcuni nuovi biomarcatori possono essere impiegati in combinazione con le informazioni cliniche per migliorare la prevenzione e la gestione delle nefropatie acute, come indicato da un documento consensuale edito dall’ADOI.

Sono stati già effettuati significativi progressi nel campo dei biomarcatori per le nefropatie acute, ed essi hanno portato ad una migliore comprensione della fisiopatologia di queste malattie ed ad esiti migliori grazie alle terapie guidate dai biomarcatori stessi, come affermato da Marlies Ostermann del King’s College London, secondo cui la prospettiva di una più chiara identificazione dei pazienti ad alto rischio e dei sub-fenotipi delle nefropatie acute, nonché l’uso di biomarcatori selezionati in modo appropriato nella pratica clinica di routine, supporteranno l’assistenza individualizzata incentrata sul paziente per le nefropatie acute.

Fra le altre raccomandazioni, i ricercatori incoraggiano l’uso di biomarcatori convalidati, come la TIMP-2 e l’IGFBP7, per identificare le popolazioni di pazienti per cui è stato dimostrato che interventi preventivi potrebbero migliorare gli esiti.

Valutazione clinica e biomarcatori convalidati dovrebbero essere combinati allo scopo di selezionare i pazienti ed ottimizzare le tempistiche e le tipologie di interventi atti a migliorare i processi assistenziali e gli esiti.
Oltre alle informazioni cliniche andrebbe impiegata una combinazione di biomarcatori funzionali e di danno per migliorare l’accuratezza diagnostica delle nefropatie acute, riconoscere i diversi processi patologici, discernere l’eziologia e valutare la gravità della nefropatia.

La combinazione di valutazione clinica e biomarcatori può essere impiegata anche per identificare i pazienti che necessiteranno di terapia nefrosostitutiva e per facilitare la temporizzazione ottimale della sua introduzione.

Quest’ultima rimane difficoltosa, ma i ricercatori sperano che i nuovi biomarcatori aiutino con il processo decisionale, anche se sono necessarie altre ricerche per identificare i marcatori giusti ed investigare il loro ruolo nella pratica clinica.

In assenza di una terapia per le nefropatie acute, è necessario enfatizzare l’urgente necessità di una gestione individualizzata basata sul profilo di rischio e sui sub-fenotipi delle nefropatie.

L’integrazione di biomarcatori accuratamente selezionati può supportare la gestione clinica e l’identificazione di nuove terapie farmacologiche, ed è molto probabile che i costi iniziali vengano controbilanciati dal miglioramento degli esiti per il paziente e dalla riduzione dei costi sanitari a lungo termine.

Per quanto le definizioni funzionali consensuali di nefropatia auto incorporate nelle attuali definizioni generali abbiano portato ad un progresso in questo campo, consentendo il raffronto degli esiti su vari gradi di gravità della malattia, esse non hanno mai consentito interventi precoci, ed è improbabile che lo facciano mai, in quanto si basato sulla funzionalità renale e sul suo danneggiamento che consegue ad altri eventi, come il danno cellulare.

Nonostante siano sempre necessarie altre ricerche, è chiaramente il momento di incorporare i biomarcatori sia funzionali che di danno nella definizione di base di nefropatia acuta, e di implementarla prima possibile nei molti pazienti ben definiti ad alto rischio di nefropatie acute.
Di contro, però, lo screening di massa dei biomarcatori di danno non è raccomandato. E’ necessaria un’elevata probabilità pre-test per rendere conveniente l’incorporazione iniziale dei biomarcatori di danno e fornire agli scettici un’opportunità di comprendere l’uso di questi biomarcatori in un contesto clinico. 

Fonte: JAMA Netw Open online 2020

IT-NON-03142-W-10/2022