Psichiatri e aggressione dei pazienti

Il tasso di atti violenti non letali contro i professionisti della salute mentale è di cinque volte più elevato rispetto a quello che coinvolge tutte le altre occupazioni e più di un terzo degli psichiatri dichiara di essere stato aggredito almeno una volta nella vita. 

Questi dati, ricordati dagli psichiatri Ilana Nossel del New York State Psychiatric Institute e David Lowenthal, della Columbia University, mettono in luce un fenomeno molto spesso ignorato. Per questa ragione i due medici hanno scritto un articolo, pubblicato dalla rivista JAMA, che fornisce delle indicazioni agli psichiatri e ad altri specialisti della salute mentale su come lavorare con i pazienti che li fanno sentire in pericolo.

La violenza può manifestarsi in molti modi. Può comportare un’aggressione fisica, o un comportamento violento, minacce esplicite o implicite o stalking. Di fronte a questi atteggiamenti i medici possono avere paura, ma anche provare rabbia nei confronti del paziente o sentirsi incapaci di intervenire efficacemente. “Difese come il diniego o il tirarsi indietro possono interferire con il riconoscimento e la gestione del rischio da parte del medico”, scrivono gli autori. “Le reazioni emotive e il giudizio clinico di un medico possono essere distorti quando interagisce con un paziente di cui ha paura”.

L’approccio adatto consiste dunque nel valutare prima di tutto il rischio reale, in base alle caratteristiche del paziente in termini di storia di violenza, psicopatia, uso di sostanze, impulsività, accesso ad un’arma, psicosi, non aderenza al trattamento, per esempio, e analizzare il cambiamento di questi “fattori di rischio” nel tempo. 
Il contributo di altri specialisti può permettere di effettuare una valutazione più obiettiva, ed evitare che il rischio venga sovrastimato o sottovalutato. Sulla base del rischio si può pianificare il trattamento (tenendo conto del contesto in cui questo avviene). 

E a tal proposito, secondo gli autori “i piani di trattamento dovrebbero affrontare esplicitamente il rischio di violenza, inclusi i fattori di rischio dinamici e la pianificazione della sicurezza per affrontare gli impulsi violenti”. Ad esempio, per le persone con psicosi l’uso di antipsicotici e l’attenzione all’aderenza al trattamento sono fondamentali.
Sono molto importanti anche delle accortezze pratiche, semplici, a tutela dello specialista, come “sedersi più vicino a un’uscita, mantenere una distanza fisica dal paziente, evitare di essere isolati, considerare un accompagnatore o una terza persona nella stanza, informare un collega in loco, non fornire informazioni personali al paziente”.

Naturalmente non sempre è possibile prevedere comportamenti violenti che possono essere totalmente inaspettati, comunque gli autori sottolineano l’importanza di fornire agli psichiatri un’adeguata formazione sulla valutazione del rischio di violenza, ma anche sulla gestione e la prevenzione dell’aggressività nei pazienti.“Evitare l’aggressività nei confronti del clinico è nell’interesse di entrambe le parti”, concludono “e gli psichiatri possono allinearsi ai pazienti assicurandosi che gli obiettivi del trattamento includano quelli che il paziente identifica, nonché facendo del loro meglio per prevenire la violenza e perseguire la sicurezza di tutti”.

Fonte: JAMA