Riattivare l’apoptosi per contrastare i linfomi resistenti alle terapie

Una delle ragioni per cui i trattamenti contro il cancro falliscono è rappresentata dalla capacità di alcune cellule maligne di sopravvivere a radiazioni, chemioterapia e/o sorveglianza immunitaria, evitando di andare in apoptosi

Questo processo, anche noto come morte cellulare programmata, è una sorta di suicidio cellulare ordinato regolato da diverse proteine.

Un gruppo di ricercatori dell’Università di Tsukuba ha studiato l’apoptosi nei linfomi e scoperto i fattori di rischio e i meccanismi molecolari alla base della resistenza primaria e adattativa all’immunoterapia contro le neoplasie del sangue.

Gli scienziati si sono concentrati inizialmente sul recettore Fas, coinvolto nell’apoptosi. Quando lega il suo ligando (FasL), questa proteina attiva l’apoptosi. Una minore quantità di Fas invece favorisce la sopravvivenza delle cellule dei linfomi. I ricercatori hanno dimostrato, manipolando delle cellule in laboratorio e usando modelli di topo, che ripristinare l’attività di Fas sensibilizza le cellule del linfoma all’apoptosi indotta da FasL e prolunga la sopravvivenza degli animali.

Hanno inoltre scoperto che un’altra proteina, Livin, che rientra nella categoria di proteine inibitrici dell’apoptosi (IAP), promuove la resistenza all’apoptosi mediata da Fas nelle cellule di linfoma. L’espressione di Livin, a sua volta, è sostenuta dalle proteine della famiglia BET (in particolare BRD4 e BRD2) e protegge le cellule di linfoma dalla citotossicità immunitaria. Degradare Livin aumenta la sopravvivenza dei topi con cellule di linfoma precedentemente rese resistenti all’apoptosi mediata da Fas.

Tutte queste scoperte permettono di acquisire una conoscenza più approfondita della formazione dei linfomi e della resistenza di questi tumori alle immunoterapie. Le proteine identificate dai ricercatori possono diventare dei target molecolari per indurre l’apoptosi nelle cellule dei linfomi a cellule B aggressivi o altri tumori intrattabili, usando degli inibitori di IAP o di BET, per esempio.

Fonte: Università di Tsukuba

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