Ricerca: studio, diagnosi precoce Alzheimer con un esame del sangue

Lavoro università dell’Insubria e Asst dei Sette Laghi pubblicato su ‘Translational Psychiatry’

Identificare la malattia di Alzheimer tramite un semplice esame del sangue, che renderebbe possibile una diagnosi precoce anche in assenza di sintomi: a questo obiettivo ha lavorato un team di ricerca dell’università dell’Insubria e dell’Asst dei Sette Laghi, con uno studio sperimentale i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista ‘Translational Psychiatry’, del gruppo Nature Publishing.

La malattia di Alzheimer è la più comune causa di demenza nelle persone anziane: colpisce circa il 6% delle persone con età maggiore di 60 anni e circa il 20% degli over 80. Ad oggi – ricorda una nota – la diagnosi richiede diverse valutazioni, ed è possibile farla solo quando i sintomi della malattia sono già evidenti. Purtroppo però è noto che l’Alzheimer decorre sotto traccia, in maniera asintomatica, già da alcuni anni prima di manifestarsi. Lo sforzo per l’individuazione di nuovi indicatori della malattia, facilmente valutabili con un esame del sangue, è utile non solo per contribuire alla diagnosi, ma anche, se identificabili già nelle fasi molto precoci della malattia, per intervenire con trattamenti mirati alla sua progressione.

“E’ noto da tempo – spiega Luciano Piubelli del laboratorio ‘The Protein Factory 2.0’ dell’università dell’Insubria – che nella malattia di Alzheimer viene alterata la neurotrasmissione, cioè lo scambio di molecole tra cellule del cervello, mediata dalla D-serina, un particolare amminoacido, i cui livelli sono differenti in particolari zone del cervello dei malati di Alzheimer rispetto a individui sani. I risultati di questo studio – sottolinea – confermano che anche nel siero dei pazienti affetti da Alzheimer i livelli di questo amminoacido sono maggiori già a uno stadio di demenza lieve o moderata e possono quindi costituire un valido indicatore facilmente rilevabile per la diagnosi di questa malattia. Inoltre, l’incremento dei livelli di D-serina è maggiore negli stadi più avanzati della malattia”.

La ricerca è stata condotta utilizzando la metodica di analisi nota come Hplc chirale (acronimo di High Performance Liquid Chromatography: cromatografia liquida ad elevata prestazione), una tecnica molto sensibile e accurata che consente di dosare quantità molto piccole degli amminoacidi di interesse presenti nel campione (fino a pochi milionesimi di grammo per millilitro) e di distinguere molecole con la stessa composizione ma con una proprietà specifica diversa, la chiralità. 

“La ricerca non è terminata: il prossimo obiettivo – evidenzia Loredano Pollegioni del Dipartimento di Biotecnologie e Scienze della vita, a capo del team di ricercatori dell’università dell’Insubria – sarà verificare se l’alterazione dei livelli sierici di D-serina sia già riscontrabile in stadi della patologia in cui attualmente la diagnosi è ancora dubbia e se questa alterazione è effettivamente un tratto distintivo dell’Alzheimer rispetto ad altri tipi di demenza senile. Quest’ultimo aspetto sarebbe d’aiuto nell’effettuare una diagnosi differenziale dei diversi tipi di demenza e nel comprendere i diversi meccanismi patologici che stanno alla base della loro insorgenza”.

Fonte: Adnkronos Salute

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