Ruolo dei batteri intestinali nella sclerosi multipla

Una specie batterica chiamata Lactobacillus reuteri, comunemente usata nei probiotici, può aumentare la gravità della malattia in un modello murino di sclerosi multipla (Sm), una malattia autoimmune che è la principale causa di disabilità neurologica non traumatica nei giovani adulti.

È questo il risultato di uno studio che ha suggerito come il microbioma intestinale moduli il rischio di Sm, anche se le specie batteriche specifiche e il ruolo della genetica ospite non sono ancora del tutto chiari.

Gli scienziati sanno da tempo che in molte malattie croniche, lo stato del microbioma intestinale è alterato, il che fa pensare che il ripristino dell’equilibrio possa curare o addirittura prevenire la malattia. Questa consapevolezza ha contribuito a rendere popolari prodotti probiotici, tipicamente costituiti da batteri vivi con presunti benefici per la salute.

Il nuovo studio evidenzia che le complesse interazioni tra la genetica dell’ospite e i fattori ambientali determinano la suscettibilità alla sclerosi multipla e suggerisce che le strategie antibiotiche o probiotiche per prevenire o trattare la sclerosi multipla, dovrebbero tenere conto della genetica dell’ospite, del microbioma intestinale preesistente e dei tempi o delle modalità dell’intervento.

Serve quindi un approccio personalizzato, che tenga conto delle tante variabili che coinvolgono un individuo. I ricercatori hanno modulato i microbiomi intestinali di topi geneticamente diversi con alta o bassa suscettibilità all’encefalomielite autoimmune sperimentale (Eae), un modello animale comune per la sclerosi multipla. Per determinare quali caratteristiche di questi microbiomi conferissero una maggiore suscettibilità alla malattia simile alla Sm, gli esperti hanno isolato diverse specie batteriche dal complesso mix e le hanno trasferite a nuovi topi, uno alla volta.

I risultati sono stati sorprendenti: uno dei “colpevoli” identificati è stato Lactobacillus reuteri, tipicamente presente nell’intestino dell’uomo e del topo e che è anche un probiotico ampiamente utilizzato. I ricercatori hanno notato che questo batterio proveniva originariamente da un topo con un corredo genetico normalmente resistente alla malattia simile alla Sm. Dopo diversi approfondimenti, il team ha concluso che questo suggerisce che la genetica dell’ospite determina se un particolare stato microbico è “buono” o “cattivo”. I risultati dello studio sollevano una domanda critica: i probiotici sono generalmente buoni o cattivi? La risposta dipende molto probabilmente dal contesto. Il passo successivo è quindi capire quale sia effettivamente questo “contesto”.

Fonte: Proceedings of the National Academy of Sciences

IT-NON-03141-W-10/2022