Sanità: 150 medici famiglia a Speranza, ‘non rinviare superamento convenzione’

In una lettera le ragioni dei favorevoli al passaggio alla dipendenza dal Ssn


Oltre 150 medici di famiglia scrivono al ministro della Salute, Roberto Speranza, per chiedere di “non rinviare la discussione sul passaggio dei medici di medicina generale dalla convezione alla dipendenza dal Servizio sanitario nazionale”.


Chi ha firmato la lettera viene “da diverse parti d’Italia, di diversa o nessuna estrazione sindacale, e lavoriamo – scrivono i medici – nelle diverse articolazioni professionali possibili: studio singolo, rete, gruppo e anche con infermiere e collaboratore di studio. Per essere qui a scriverle senza filtri, è evidente che rappresentiamo ‘la base’. Abbiamo letto le dichiarazioni da lei rese al congresso della Fimmg tenutosi in Sardegna pochi giorni orsono, e ci siamo ritrovati accomunati da sentimenti che vanno dall’indignazione all’offesa, allo scoramento, allo stupore, alla profonda preoccupazione per la salute dei cittadini e per la nostra condizione di lavoratori. Unico sentimento che nessuno di noi ha provato è stata la rassegnazione che dalle sue parole poteva anche derivare, ed è per questo che le scriviamo”.


“Dopo aver rievocato il solito ritornello dei medici di famiglia essenziali per costruire un Ssn più forte, e dichiarato che ‘non dobbiamo rinunciare a questa presenza di capillarità sul territorio’ – proseguono i firmatari ripercorrendo l’intervento del ministro al meeting Fimmg – è passato al punto più discusso degli ultimi mesi, quello del passaggio dei medici di medicina generale alla dipendenza dallo Stato, affermando che ‘è un tema da discutere in un secondo momento’, precisando che ‘non è il cuore della vicenda e chi insiste su questo tema vuole solo alimentare lo scontro’, concludendo con un lapidario ‘non rinuncerò mai al presidio dello studio del medico di famiglia sul territorio’, come dire che le tutele, i diritti e l’organizzazione dei lavoratori (perché i medici di medicina generale sono lavoratori, ministro Speranza) sono secondarie, come negare che le condizioni di lavoro sono fondamentali per la migliore assistenza ai cittadini. Significa anche dimenticare tutti quei colleghi medici di famiglia morti per Covid principalmente a causa delle condizioni di lavoro nelle quali stavano lavorando”.


“Un ministro della Salute – continuano i firmatari della lettera – dovrebbe avere a cuore le condizioni di lavoro di tutti i professionisti sanitari senza distinzione, ancor più perché questo si riverbera pesantemente sulla qualità del servizio che può essere offerto ai cittadini. Ed evitiamo di ricordarle quali sono le condizioni nelle quali lavoriamo, perché dovrebbe conoscerle benissimo. Invidiamo i colleghi ospedalieri che hanno dalla loro il rapporto di dipendenza che li tutela e che possono invocare e pretendere quando queste tutele/diritti non si realizzino. I medici di famiglia ‘no’, e lei, affermando che questo non è il cuore della vicenda, ci ignora come persone prima e come professionisti poi. Dichiarando quello che dichiara, lei avalla quelle resistenze al cambiamento che sono espressione di interessi di parte, non dei cittadini o dei professionisti in generale. Questo è gravissimo. Lo stato giuridico di chiunque, e dei medici in particolare, influenza l’organizzazione e incide direttamente sul modello organizzativo e sui suoi risultati. Non glielo dovremmo ricordare noi”, incalzano i medici.


“Ci siamo anche chiesti – aggiungono – se non le stiano sfuggendo i principi fondanti e le politiche sanitarie e del diritto alla salute del partito di cui lei è esponente di spicco, Articolo 1, che pure increduli siamo andati a verificare: la centralità del lavoro, i nuovi diritti, la piena uguaglianza, la giustizia sociale, l’afflato riformista, la formazione superiore per aumentare l’attrattività al lavoro dei giovani, la risoluzione della ‘giungla contrattualistica’, la sicurezza sul lavoro – rivendicano i medici – Ben individuate anche le cause di inefficienza del nostro Ssn: i servizi territoriali impoveriti, il ruolo del medico di medicina generale, il rapporto conflittuale fra assistenza ospedaliera e territoriale, la debolezza strutturale dell’assistenza territoriale e la sua subalternità culturale all’ospedale, la privatizzazione strisciante. E ancora, gli obiettivi virtuosi che lei e il suo partito vi siete prefissati: rilanciare la sanità pubblica per superare le diseguaglianze territoriali e sociali, le équipe multidisciplinari per le cure territoriali, la stabilizzazione dei medici del 118 (divisi fra dipendenti e convenzionati) verso l’esclusivo rapporto di dipendenza (loro si)”.


“Pertanto – si legge ancora nella lettera – appare tanto paradossale quanto preoccupante leggere tutto questo, e allo stesso tempo vederla sdoganare politiche corporative che vanno esattamente nella direzione opposta ai principi suddetti, quelle della medicina generale convenzionata (addirittura assurta a ‘diritto dell’individuo’, che piuttosto genera differenze assistenziali ed iniquità professionali), del mantenimento del presidio degli studi dei medici di famiglia sul territorio (che ha mostrato tutta la sua inconsistenza, si badi bene inconsistenza del sistema, non dei medici), della quota capitaria (la madre dell’inappropriatezza e la morte del gate-keeping), del micro-team (restyling linguistico per definire un modello vecchio perché applicato da almeno 15 anni con l’Acn della Medicina generale 2004-2005, spacciato per ‘novità’ e già dimostratosi di limitata utilità per l’ingovernabilità del sistema generale), dell’autonomia professionale (non raramente interpretata in modo eccessivamente ampio) e della difesa strenua di un corso di formazione non universitario gestito dagli Ordini dei medici (che non hanno esattamente competenze formative). Il tutto supportato dall’affermazione ricorrente della capillarità e prossimità dell’assistenza e del rapporto di fiducia o della scelta del medici di famiglia come prerogativa esclusiva della convenzione (falsi miti, che pretestuosamente si dichiara verrebbero meno con il rapporto dipendente)”.

“Per cui ministro, tutto ciò detto, pensa veramente che il tema vada discusso in un secondo tempo? Quando? Tra altri 40 anni con il prossimo Recovery Fund? Pensa davvero che il modello da perseguire sia quello dei fallimentari micro-team quali cellule autogestite in contesti associativi privi di soggetto giuridico piuttosto che i macro-team multiprofessionali contrattualizzati e sistematizzati? Pensa veramente che il medico di medicina generale convenzionato sia l’unica strada per rendere capillare l’assistenza? O che il rapporto di fiducia e la scelta del medico siano appannaggio solo della convenzione? E’ veramente convinto che non sia preferibile l’autonomia professionale della dirigenza medica a quella ‘home-made’? Pensa davvero di mantenere i così tanto criticati studi dei medici di famiglia dagli standard medioevali perché allocati in condomini, locali alla strada, fatti di 2 stanze e bagno, e così via (che anche se riqualificati come spoke sono sempre gli stessi)? Pensa veramente che le linee di indirizzo provenienti dalle Regioni (che sono il territorio), vadano ignorate? Questa per lei è una riforma epocale? A noi appare come il mantenimento dello status quo e di qui la nostra profonda preoccupazione”, chiariscono i firmatari.


“Aspettando le sue risposte – scrivono i medici di famiglia – ci permetta di suggerirle di attingere spunti di riflessione non tanto in Sardegna, quanto magari in Spagna o Portogallo, Paesi non lontani e culturalmente simili a noi, con un ottimo Ssn pubblico, dove tutti gli operatori sanitari delle cure primarie sono dipendenti dello Stato e dove questo status contrattuale consente comunque di scegliere e instaurare un rapporto di fiducia con il proprio medico di medicina generale, anzi amplificandolo a favore dell’istituzione, dove nonostante una densità di popolazione che è circa la metà della nostra il servizio sanitario è organizzato prima ancora che capillare e prossimo a tutti i cittadini, dove la formazione del medico di medicina generale è universitaria, insomma dove avrà la dimostrazione concreta di quanto pretestuose siano le politiche sanitarie fatte da alcuni sindacati di categoria in nome dei cittadini e dove troverà perfettamente coniugate tutte le risposte che i cittadini, quali destinatari dell’assistenza, e noi operatori delle cure primarie, quale strumento per poterla erogare, ci aspettiamo da lei”.


In conclusione, gli oltre 150 medici ritengono che “non c’è un secondo momento per discutere il tema, se si vuole veramente costruire con il contributo di tutti (altro che alimentare lo scontro) il nuovo Ssn pubblico italiano, equo e solidale per i cittadini, nel quale potranno operare medici dell’ospedale e del territorio con pari dignità e con tutte le tutele e i diritti che ogni lavoratore ha il diritto di avere: condizione che lei, nel rispetto dei suoi principi politici, ha il dovere di perseguire o quanto meno di non ostacolare”.


Fonte: Adnkronos Salute