Una via preferenziale nel cervello collega l’olfatto e la memoria

“Nulla sveglia un ricordo quanto un odore”, scriveva Victor Hugo nei Miserabili. In quel caso si riferiva all’odore di tabacco: “l’olfatto, quel misterioso supporto della memoria, aveva appena riportato in vita, in lui [Marius], un mondo intero”. Un po’ come la rivelazione provocata da un singolo pezzetto di Madeleine ammorbidito nel tè, nel famoso racconto di Proust.


Il fatto che la scienza inizi a spiegare come, da un punto di vista neurale, gli odori siano in grado di evocare con forza i ricordi, non toglie nulla alla poesia del romanticismo francese. Anzi, forse rende ancora più affascinante il potere che questo senso, spesso sottovalutato, esercita sulla mente.


I ricercatori della Northwestern University Feinberg School of Medicine di Chicago hanno di recente scoperto che esiste una comunicazione privilegiata tra l’ippocampo (regione cerebrale della memoria) e le aree del cervello deputate alla ricezione degli stimoli olfattivi. Per osservare le connessioni tra i neuroni dell’ippocampo e quelli delle aree sensoriali primarie, visiva, uditiva, olfattiva e tattile, hanno combinato due tecniche: il neuroimaging funzionale, che misura l’attività metabolica di determinate aree del cervello, e l’elettroencefalografia, che registra l’attività elettrica del cervello.


Durante l’evoluzione dei mammiferi, la neocorteccia dei primati si è espansa, quindi le connessioni tra la corteccia e le altre regioni del cervello, tra cui le reti della memoria dell’ippocampo, sono state riorganizzate.
Negli umani, gli stimoli visivi, uditivi e tattili, raggiungono le aree sensoriali della neocorteccia e “arrivano all’ippocampo attraverso un intermediario, la corteccia associativa”, commenta Christina Zelano, che ha diretto lo studio.


Con il suo team, Zelano ha scoperto che la corteccia olfattiva primaria umana ha una connessione più forte con l’ippocampo a riposo (senza stimoli), rispetto a quanto avviene per gli altri sistemi sensoriali. “Ciò suggerisce che la connettività olfattivo-ippocampale potrebbe essere stata mantenuta nell’evoluzione dei mammiferi”, scrivono gli autori. I ricercatori mostrano anche che la connettività olfattivo-ippocampale oscilla con la respirazione (dal naso).


Naturalmente si tratta di un tassello del puzzle, che da solo non spiega completamente la relazione tra olfatto e memoria. Non chiarisce, per esempio, per quale motivo proprio l’odore evochi in modo tanto dettagliato dei ricordi lontani.


La questione assume un’importanza particolare visto che il Covid-19 colpisce, tra le altre cose, il gusto e l’olfatto. “C’è un urgente bisogno di comprendere meglio il sistema olfattivo al fine di comprendere meglio il motivo della perdita dell’olfatto correlata al Covid-19”, secondo Guangyu Zhou, primo autore dello studio.


“L’impatto della perdita dell’olfatto è spesso sottovalutato, ma ha degli effetti negativi profondi sulla qualità della vita”, aggiunge. “La maggior parte delle persone che perdono l’odore a causa del Covid-19 lo riacquistano, ma l’intervallo di tempo varia notevolmente e alcuni hanno subito quella che sembra essere una perdita permanente”.


In che modo l’olfatto viene compromesso dalla malattia? È possibile recuperarlo? E soprattutto, a quante rivelazioni, improvvisi dolci ricordi e risvegli della mente dovranno rinunciare le persone che hanno perso l’olfatto?


Fonte: Progress in Neurobiology 2021

IT-NON-04196-W-03/2023