Uso dei social e rischio di depressione

Un uso importante dei social media sembra essere associato ad un aumento, per i giovani adulti, del rischio di sviluppare sintomi depressivi entro sei mesi. Lo rivela uno studio pubblicato dalla rivista American Journal of Preventive Medicine.

“La maggior parte dei lavori precedenti in questo settore ci ha lasciato con la questione dell’uovo e della gallina”, commenta Brian Primack, decano del College of Education and Health Professions e professore di sanità pubblica all’Università dell’Arkansas.
“Sappiamo da altri studi di grandi dimensioni che la depressione e l’uso dei social media sono correlate, ma non è facile capire quale venga prima”.

Nel 2018, Primack e i suoi colleghi dell’Università di Pittsburgh hanno esaminato più di 1.000 adulti statunitensi tra i 18 e i 30 anni. Hanno valutato la depressione e hanno chiesto loro per quanto tempo usano i social media su piattaforme come Facebook, Twitter, Reddit, Instagram e SnapChat. I giovani adulti che usavano i social per più di 300 minuti al giorno avevano una probabilità di 2,8 volte maggiore rispetto a coloro che li usavano per meno di 120 minuti, di andare incontro a depressione entro i 6 mesi. “Tuttavia, la diagnosi di depressione non è stata associata ad alcun cambiamento nell’uso dei social media”.

I ricercatori ipotizzano che questi risultati potrebbero essere dovuti al fatto che il tempo in eccesso trascorso sui social media viene sottratto alle relazioni personali più importanti, al raggiungimento di obiettivi personali o professionali, o anche semplicemente ai momenti di riflessione.

Questi risultati sono di particolare rilevanza dato che la depressione è stata recentemente dichiarata come la principale causa globale di disabilità dall’Organizzazione Mondiale della Sanità “Questi risultati sono anche particolarmente importanti in epoca Covid-19”, aggiunge Primack. “Anche se penso che queste tecnologie possano essere preziose, incoraggerei le persone a riflettere su quali esperienze tecnologiche sono veramente utili per loro e quali li fanno sentire vuoti”.

Fonte: American Journal of Preventive Medicine

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