DISLIPIDEMIE



E’ ormai accertato che i lipidi, in particolare gli esteri del colesterolo, svolgono un ruolo di estrema importanza nella patogenesi delle lesioni aterosclerotiche. La necessità di trattare i pazienti iperlipidemici con un’adeguata terapia farmacologica è stata ampiamente dimostrata dai numerosi studi epidemiologici, clinici e di genetica, sia di prevenzione primaria sia secondaria. Da questi studi risulta evidente come anche un modesto calo di colesterolo nei soggetti trattati con farmaci ipolipemizzanti possa determinare una chiara diminuzione di morbilità e di mortalità per eventi cardiovascolari, specie in soggetti cardiopatici.

Alcune condizioni, coinvolgendo i complessi meccanismi fisiologici che regolano il meccanismo dei lipidi, possono determinare una diminuita rimozione o un’aumentata produzione delle lipoproteine, un loro accumulo a livello plasmatico e quindi elevati livelli di colesterolo, di trigliceridi o di entrambi a seconda del tipo di lipoproteina coinvolta. Se avremo accumulo di LDL, il risultato sarà l’ipercolesterolemia; se si accumuleranno chilomicroni o VLDL avremo l’ipertrigliceridemia. Spesso elevati livelli di VLDL determinano elevati livelli di LDL (derivati dalle VLDL): in questo caso avremo una iperlipidemia mista.

Poichè ormai vengono descritte diverse sindromi in cui la patologia è data da alterazioni sia della parte lipidica sia della parte apolipoproteica di alcune lipoproteine, si preferisce parlare di dislipidemie. Riguardo al problema delle dislipidemie, prevenzione dell’aterosclerosi e terapia farmacologica sono stati condotti diversi studi e di consegenza redatte molte linee guida dalle maggiori società scientifiche cardiologiche. Al momento le ultime linee guida ESC/EAS del 2016 sono un utile strumento di classificazione del rischio cardiovascolare perfettamente in linea con i criteri di rimborsabilità stabiliti dalla Nota 13 AIFA

Nonostante sia accertato i dati che confermano il beneficio della terapia ipolipemizzante, ampi studi osservazionali mostrano che molti soggetti, classificati a rischio alto o molto alto, non ricevono trattamento adeguato o, pur trattati, non rientrano all’interno dei valori di C-LDL stabiliti dalle linee guida.

Inibitori della HMG-CoA reduttasi (statine): riducono la sintesi di colesterolo inibendo la HMG-CoA reduttasi, aumentano l’espressione dei recettori per le LDL e incrementano la captazione epatica delle LDL.

Fibrati: attivano il PPAR-gamma, aumentano l’attività della lipasi lipoproteica, diminuiscono la produzione di VLDL ed aumentano la captazione di LDL.

Agenti che interferiscono con l’assorbimento del colesterolo

  • Resine leganti gli acidi biliari: l’aumento della clearance degli acidi biliari causa aumento a livello epatico del metabolismo del colesterolo e della captazione di LDL.
  • Ezetimibe– blocca la proteina trasportatrice NPC1L1 dell’orletto a spazzola degli enterociti.

Niacina: inibisce la secrezione delle VLDL con conseguente diminuita produzione delle LDL. Un aumento della clearance delle VLDL mediante le lipasi lipoproteiche contribuisce a ridurre i livelli di trigliceridi.

Gli inibitori di PCSK9: l’inibizione dell’attività della PCSK9 (Proteina Convertasi Subtilisina/Kexina di tipo 9) permette di esporre più recettori sugli epatociti, con conseguente maggiore captazione epatica di LDL-C e riduzione dei livelli circolanti di LDL-C

Ci sono dei fattori di rischio sui quali non si può intervenire, non modificabili ma altri invece, sono legati ad uno stile di vita scorretto e sui quali si può, e si deve intervenire.



Fattori di rischio non modificabili

L’età (il rischio aumenta progressivamente con l’avanzare dell’età), il genere (gli uomini sono più a rischio delle donne. Nella donna il rischio aumenta sensibilmente dopo la menopausa) e la familiarità (parenti con eventi cardiovascolari in età giovanile, meno di 55 anni negli uomini e di 65 nelle donne) sono i fattori di rischio del cuore che non possono essere modificati.



Fattori di rischio modificabili

Fumo, sedentarietà, alcool, stress, sovrappeso sono solo alcuni dei fattori di rischio che si possono evitare e sui quali si deve intervenire.

A tavola si può fare molto per proteggere il cuore. E non significa vivere eternamente a dieta. Bisogna adottare un’alimentazione varia, consumare pesce almeno 2 volte alla settimana, limitare i grassi saturi (carne, burro, formaggi, latte intero), usare poco sale e abbondare con le fibre (verdura, frutta, legumi). Ridurre l’assunzione di alcool: non superare i due bicchieri di vino al giorno per gli uomini ed un bicchiere per le donne. Occhio alla bilancia, i chili di troppo sono nemici del cuore: il giusto peso deriva dal giusto equilibrio tra le calorie introdotte con l’alimentazione e quelle spese con l’attività fisica.

L’esercizio fisico regolare rafforza il cuore e migliora la circolazione del sangue. Non è necessario fare sport o svolgere attività particolarmente faticose: è sufficiente camminare per 30 minuti al giorno e, se possibile, salire le scale a piedi. Anche chi ha problemi cardiovascolari deve combattere la sedentarietà, è il medico a consigliare quale attività è meglio praticare a seconda delle caratteristiche del paziente.

Il fumo, dopo l’età, è il fattore più importante nell’aumento del rischio cardiovascolare. Già dopo pochi anni dall’aver smesso, il rischio cardiovascolare si riduce in modo rilevante. È dannoso sia il fumo attivo che quello passivo.

In questa sezione è possibile trovare articoli di approfondimento scientifico sulle dislipidemie e delle schede utili per la pratica clinica o per l’interazione con i tuoi pazienti da poter scaricare.



Il Paziente con Ipercolesterolemia primaria: le novità nelle ultime Linee Guida ESC/EAS 2019

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Terapia farmacologica dell’ipercolesterolemia primaria in aggiunta al corretto stile di vita

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